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Fotopolimerizzazioni di materiale
dentario composito con sorgente di luce al plasma
Alessandro Lupi
Istituto di Chimica del Riconoscimento Molecolare
del Consiglio Nazionale delle Ricerche c/o Istituto di Biochimica e Biochimica
Clinica, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università Cattolica
del Sacro Cuore, Roma.
Da circa 40 anni sono stati introdotti sul mercato materiali compositi
per la ricostruzione in campo odontoiatrico ed il loro utilizzo si è
sempre più affermato grazie alle qualità estetiche ed alla
facilità di lavorazione [1]. Tali materiali sono costituiti fondamentalmente
da 3 componenti: una inorganica, il cosiddetto "filler" o riempitivo
basato su ossidi di silicio, titanio, zinco, borosilicati etc., una organica
detta anche matrice resinosa e formata da monomeri polimerizzabili, da
iniziatori per la polimerizzazione radicalica e da sostanze stabilizzanti
ed infine una terza componente di tipo organo-silanico che ha la funzione
di legare chimicamente il "filler" e la matrice.
Tra i monomeri più largamente utilizzati è possibile annoverare
il 2,2-bis[4-(2-idrossi-3-metacrilil-ossipropossi)fenil]propano, più
noto come bis-glicidilmetilacrilato 1 (BisGMA), ed il trietilenglicoldimetilacrilato
2 (TEGDMA), di più basso peso molecolare ed avente la funzione
di diminuire l'alta viscosità del BisGMA in modo da poter utilizzare
quantità di riempitivo che si aggirano intorno all`80% in peso.

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Il metodo più semplice ed ormai universalmente utilizzato per fornire
l´energia necessaria al processo di polimerizzazione è di
tipo fotochimico: dalle prime sorgenti a luce UV si è progressivamente
passati nell'ultimo ventennio - per i problemi di sicurezza connessi all'utilizzo
di radiazioni ultraviolette - a sorgenti luminose tungsteno-alogeno nel
campo del visibile, in particolare con una lunghezza d`onda di 470 nm
che garantisce tra l'altro una maggior profondità di azione. Il
flusso fotonico generato dalla lampada investe il canforochinone 3 (CQ),
una sostanza fotosensibile presente nella maggior parte dei materiali
compositi; il canforochinone, passando ad uno stato energetico superiore,
reagisce con un agente riducente e forma dei radicali liberi che avviano
il processo di polimerizzazione.

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L`apertura dei doppi legami dei gruppi metacrilici innesca infatti una
reazione a catena che genera una struttura polimerica tridimensionale.
Il grado di conversione dei monomeri è in genere compreso tra il
43.5% ed il 73.8% quando si utilizzano sorgenti luminose standard [2]
ed è responsabile - a parità di tipo di monomeri utilizzati
- di importanti proprietà meccaniche quali la durezza e la resistenza
del materiale. La presenza di doppi legami non trasformati costituisce
peraltro un fattore favorevole all'insorgenza di eventuali fenomeni degradativi
della struttura polimerica che possono comportare mutazioni di colore
e rilascio di materiale citotossico, non polimerizzato ma inglobato nel
polimero stesso. Il grado di conversione può essere valutato attraverso
l’analisi dei segnali di assorbimento dei legami doppi (C=C) e dei
legami semplici (C-C) che si ottengono utilizzando la spettroscopia infrarossa
in trasformata di Fourier FTIR e calcolando successivamente il loro rapporto
percentuale.
La quantità relativa di monomeri quali il TEGDMA risulta particolarmente
importante nella miscela con il Bis-GMA in quanto i monomeri a più
piccola massa molare, contenendo un maggior numero di molecole e quindi
un maggior numero di gruppi funzionali per unità di peso di composto,
portano alla formazione di una quantità superiore di legami e quindi
all’accentuazione della contrazione da polimerizzazione; tale fenomeno
è infatti dipendente dal numero di legami formati e quindi direttamente
correlato alla conversione dei monomeri in materiale polimerico [3].
La velocità di formazione del polimero è direttamente proporzionale
all`intensità della sorgente luminosa ed inversamente proporzionale
al quadrato della distanza da essa [4]: le sorgenti luminose convenzionali
attualmente in uso producono un´intensità di luce costante
durante il periodo di irradiazione che oscilla, per la maggior parte dei
compositi, tra i 30 ed i 40 secondi. Se la polimerizzazione risultasse
troppo rapida, anche perché essa viene ulteriormente accelerata
dal calore prodotto dalla reazione stessa, si provocherebbe un aumento
repentino della viscosità del materiale che ne rende difficile
lo scorrimento ed il conseguente adattamento alla cavità, con il
rischio di creazione di microfessure tra superficie dentale ed otturazione
[5]. D`altra parte un`elevata intensità luminosa può risultare
particolarmente utile per raggiungere gli strati più profondi del
restauro dove, a causa dell'assorbimento e della dispersione da parte
degli strati superiori, l'irradiazione e la formazione delle specie attivate
risultano necessariamente minori. Recenti ricerche hanno evidenziato l'esistenza
di rilevanti miglioramenti nel caso in cui il processo di polimerizzazione
avvenga in modo graduale [6] ed a bassa intensità luminosa [7]
ed altri studi preliminari sembrerebbero altresì dimostrare come
l´utilizzo di brevi impulsi di luce ad elevata intensità
non provochi un aumento degli indesiderati fenomeni di contrazione del
materiale composito.
Al fine di ottimizzare le modalità del trattamento fotopolimerizzante
sono state introdotte da pochi anni sorgenti di luce laser [8] e, più
recentemente, sorgenti di luce al plasma (un gas ionizzato formato attraverso
una scarica elettrica ed utilizzato quale sorgente luminosa di forte potenza)
[9] [10] [11] in lampade piuttosto sofisticate e dotate di notevole versatilità
di funziomento; è stata quindi nostra intenzione procedere ad una
valutazione preliminare di alcune delle modalità di polimerizzazione
presenti in una lampada al plasma di ultima generazione.
Materiali e metodi
Preparazione dei campioni e fotopolimerizzazione
Per la preparazione di adatti campioni è stato utilizzato un materiale
composito fotopolimerizzabile ed un cilindro di acciaio inossidabile (Foto
1) ( 3 cm di diametro x 1,5 cm di altezza ) dotato di un foro centrale
di 6.3 mm di diametro entro il quale può scorrere un secondo cilindro
mobile ma fissabile con una vite: si può così ottenere uno
stampo di diametro fisso e di spessore variabile in funzione della posizione
reciproca dei cilindri. Per queste prove preliminari si è deciso
di utilizzare uno spessore di 2.0 mm.

Foto1
Il materiale - in quantità opportuna - è stato posto nello
stampo, adeguatamente modellato per poter riempire completamente la cavità
ed infine ricoperto con della matrice a nastro trasparente 3M per poter
eliminare l'aria sovrastante ed evitare così l'inibizione della
polimerizzazione dello strato superficiale provocata dall'ossigeno atmosferico.
La lampada utilizzata è del tipo ARC LIGHT II M (Foto 2) prodotta
da Air Techniques e distribuita da Sweden & Martina, con un'intensità
luminosa massima di 2000 mW/cm2 e dispone delle seguenti modalità
di polimerizzazione:
a) Modalità costante: continua
(con segnale fisso) o modulata (con segnale lampeggiante), con intervallo
di tempo programmabile da 1 a 20 sec e con intervallo di intensità
programmabile dal 50% al 100%.
b) Modalità incrementale: continua o modulata,
con intervallo di tempo programmabile da 1 a 60 sec, con intervallo
di intensità programmabile dal 50% al 100% e con intensità
iniziale programmabile a partire dal 50%.
c) Modalità incrementale costante: continua
o modulata, con intervalli come sopra.
d) Modalità a gradino: continua o modulata,
con intervalli come sopra.

Foto 2
Tale lampada possiede, grazie all'elevata intensità luminosa, anche
2 programmi specifici per le metodiche di sbiancamento, con luce continua
oppure modulata.
I campioni sono stati trattati utilizzando 4 modalità diverse:
1) irradiazione costante e continua per un periodo di 10 sec. con intensità
pari al 75% della massima 2) irradiazione incrementale costante e continua
per un periodo di 13 sec, partendo da un'intensità del 50% per
arrivare al 75% 3) irradiazione incrementale continua per un periodo di
7 sec partendo da un'intensità del 50% per arrivare al 75% seguita
da irradiazione costante continua al 75% per un ulteriore periodo di 5
sec. 4) irradiazione incrementale a gradino e continua con intensità
del 50% per 6 sec. e poi del 75% per 7 sec. Tali valori sono stati scelti
in modo da avere un flusso fotonico di quantità pressochè
equivalente in tutti gli esperimenti. Il manipolo della fibra ottica è
stato fissato ad un sostegno per poter mantenere sempre costante a 8.0
mm la distanza tra la punta di polimerizzazione ed il campione da trattare.
Una volta polimerizzato il campione viene recuperato estrudendolo delicatamente
grazie allo scorrimento del cilindro interno; in tal modo si riescono
ad ottenere dischetti con una superficie estremamente regolare e facilmente
riproducibili.
Rilascio di materiale monomerico dai campioni
Uno dei parametri più importanti da considerare nel caso
dello studio in vitro di materiali compositi è costituito dal rilascio
di prodotti non polimerizzati che può anche costituire una valutazione
indiretta del grado di polimerizzazione. Al fine di esaminare tale caratteristica
i campioni di materiale polimerizzato, 3 per ogni esperimento, sono stati
immersi in 2 ml di EtOH al 75%: tale soluzione è considerata un
ottimo mezzo per simulare l'invecchiamento del restauro e l'azione del
cibo, anche secondo le raccomandazioni della FDA statunitense. Sono stati
utilizzati contenitori di vetro scuro da 5 ml, chiusi con tappo a vite
per evitare problemi di evaporazione; essi sono stati posti al buio per
3 ore a temperatura ambiente. Successivamente da ciascuno di essi è
stata prelevata un'aliquota di 0.7 ml di soluzione che è stata
sottoposta a centrifugazione per 10 min a 10.000 giri per far depositare
eventuale filler in sospensione.
Procedura analitica
Le varie aliquote sono state quindi analizzate attraverso la cromatografia
liquida HPLC, una tecnica che si basa sul principio della distribuzione
tra fasi e permette di separare i vari componenti di una miscela in modo
efficiente ed in tempi piuttosto rapidi. La separazione avviene grazie
alle differenti interazioni che le varie sostanze sperimentano tra la
fase fissa presente nella colonna cromatografica e la fase mobile che
fluisce continuamente attraverso la colonna stessa; durante il suo cammino
la fase mobile trasporta le varie sostanze in maniera differente facendole
uscire dalla colonna in tempi diversi, caratteristici per ciascun composto.
All'uscita della colonna un rivelatore a luce UV registra il passaggio
dei composti e permette di valutarne la concentrazione in base all'emissione
di un segnale proporzionale all'assorbimento di radiazione UV; i segnali
così ottenuti possono venir inviati ad un registratore a carta
oppure – tramite una scheda di acquisizione dati – ad un personal
computer: in ogni caso si ottiene un tracciato cromatografico in cui ciascun
picco corrisponde ad uno dei componenti organici presenti nella soluzione
in cui è stato immerso il campione (Fig.1). Le analisi sono state
eseguite con un sistema formato da una pompa 590 Waters ed iniettore universale
U6K, una colonna Supelco C-18, 3 *m, 150 x 4.6 mm ed un rivelatore Knauer
con lunghezza d'onda impostata a 254 nm. La fase mobile utilizzata per
l’analisi cromatografia è stata una miscela di MeOH / H2O
in proporzione 80:20 ed in modalità isocratica, con un flusso pari
a 0.3 ml/min.
La nostra attenzione si è concentrata sulla determinazione del
Bis-GMA e del TEGDMA, che come già detto sono i componenti organici
fondamentali della maggior parte dei compositi attualmente commercializzati:
l'identificazione di essi è avvenuta per confronto con standard
puri dei due prodotti.

Fig 1
Risultati e Discussione
Dallo studio dell´intensità dei segnali derivanti dalla
HPLC si può rilevare che, per quanto riguarda la fotopolimerizzazione
con modalità costante e con modalità incrementale continua,
la quantità di monomeri rilasciata dai campioni esaminati può
considerarsi praticamente equivalente, per cui eventuali differenze tra
i due tipi di trattamento dovranno essere ricercate in termini di resistenza
e durezza del materiale. I campioni fotopolimerizzati con la modalità
incrementale variabile e con quella a gradino mostrano invece un rilascio
superiore del 10% -15% rispetto ai casi precedenti, sia per quanto riguarda
il TEGDMA che il Bis-GMA. Questa differenza, peraltro non particolarmente
rilevante, potrebbe essere attribuita ad una minor grado di polimerizzazione
dovuto ad una più bassa intensità del fascio luminoso in
alcuni intervalli del periodo di irradiazione; d`altra parte le modalità
di irradiazione incrementale dovrebbero avere lo scopo di aumentare l´adattabilità
del polimero alla cavità grazie ad un più graduale aumento
della viscosità e ridurre quindi, come già detto, la possibilità
di formazione di microfessure nella cavità dentale. Inoltre nel
proseguimento del lavoro verrà valutato se la differenza di rilascio
rilevata possa essere significativa in termini di citotossicità
su adatte linee cellulari.
Uno studio più approfondito del grado di grado di conversione
in funzione delle varie modalità di polimerizzazione possibili
con la lampada ARC Light II M verrà altresì realizzato attraverso
l`utilizzo della spettroscopia FTIR; i risultati di tali analisi verranno
riportate in futuri lavori.
Bibliografia
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lenta: analisi della chiusura marginale. Dental Cadmos 1992; 13: 8-85
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- Dehl A., Hickel R., Kunzelmann K.H. Physical properties and gap formation
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